MIXED WORKS

Voci in volo
di Renzo Sicco

Nel dipinto di Beppe Gromi le braccia si allungano smisuratamente nel bisogno di aggrapparsi all'aria o nel tentativo di una trasfigurazione per diventare ali e guadagnare il cielo. Ma il cielo non è morbido e non accoglie. Dal blu profondo della notte che contorna il dipinto, il colore si stempera in cobalto, poi in azzurro sino all'inconsistenza del bianco. Li chiamavano "i voli della morte", e con questo nome sono diventati una pagina della storia oscura d'Argentina e del mondo. Negli anni Settanta, in piena guerra fredda, una durissima quanto apparentemente poco violenta dittatura, cambiò la fisionomia del paese latino–americano facendo in poco tempo piazza pulita di una intera generazione di giovani che avevano l'unica colpa di desiderare un paese migliore.
La vita regolare di Buenos Aires e degli altri agglomerati argentini mutava dal giorno alla notte quando le squadre militari, prive di divise e di segni di riconoscimento, entravano in azione su auto senza targa per prelevare e sequestrare le vittime che passavano nelle celle dell'ESMA, del Garage Olimpo, o nelle centinaia di altre prigioni clandestine più simili all'inferno che a territori di vita. I prigionieri perdevano ogni dignità tra le torture, le scosse elettriche, le violenze sessuali, mentre i loro torturatori smarrivano serenamente ogni traccia di umanità timbrando, giorno dopo giorno, il cartellino come qualunque impiegato per riguadagnare a fine giornata la condizione di onesti mariti, teneri padri di famiglia, insomma normali e comuni cittadini.
Una volta a settimana si faceva pulizia, "dejar limpia la guardia". Dicevano proprio così! Un centinaio di giovani venivano sedati con un'iniezione (nella seconda fase qualcuno pensò di guadagnare anche su questo facendo la cresta sul medicamento: una dose ogni due persone); storditi erano caricati sugli aerei militari e portati in cielo nell'illusione di un volo verso una nuova e più lieve destinazione. Invece venivano gettati in mare o nelle acque del Rio de la Plata, che nella sua foce estesa oltre Buenos Aires è ancora fiume, ma sembra già un mare. Una caduta nel cielo. Uno dietro l'altro, come nel dipinto di Gromi, una geometria della disperazione, fino allo schianto sul muro d'acqua per rompersi in pezzi e diventare cibo per i pesci.
Per anni è stata "desaparicion". Non si sapeva dove finissero quei corpi, si sapeva solo che molti erano stati prelevati, poi più nulla. Ora sappiamo che i desaparesidos furono oltre 30 mila. Di quelli, nessuno è tornato dai voli della morte. Senza testimoni non sussistevano prove, i giovani sparivano, le madri piangevano nelle loro case, alcune di loro marciavano in Plaza de Mayo con le foto dei figli appese al collo, mentre la maggioranza della società argentina credeva alla versione militare che negava ogni insinuazione, riducendo tutto a propaganda antinazionale e comunista.
Poi ai mondiali di calcio del 1978, mentre il mondo continuava a non accorgersi, i generali erano ripresi trionfanti negli stadi. Ci volle la guerra delle Falkland o delle Malvinas, (dipende con che occhio la si guarda), perché i militari cadessero nella vergogna della sconfitta. Solo con il ritorno di una tenue democrazia iniziò ad aprirsi qualche crepa in quel sistema perfetto per oltre dieci anni. Le Madres continuarono ogni giovedì a marciare in Plaza de Mayo tenendo aperta la ferita. Le Abuelas ritrovarono alcuni dei nipoti partoriti dalle loro figlie sui pavimenti delle luride celle per essere strappati come bottino di guerra dalle famiglie dei militari. Qualche "impiegato" della tortura iniziò ad entrare in crisi. Adolfo Scilingo fu il primo in una lunga intervista con il giornalista Horacio Verbitsky (Il Volo – Feltrinelli editore) a confessare l'esistenza dei "voli della morte". Se guardi oggi le acque melmose e marroni del Rio della Plata, speri che il cuore di quei ragazzi sia esploso in volo. Almeno un'ultima identità tra la leggerezza dei loro ideali e la vastità del cielo e non quell'acqua torbida, troppo simile ai loro assassini. Laggiù in fondo, dove il quadro si sbianca, molte madri hanno gettato fiori per celebrare l'assenza, per trovare una tomba. Altre non hanno voluto, non hanno potuto farlo, il loro dolore profondo non ha saputo accettare conciliazioni.
Il quadro di Gromi, come le Madres, alimenta la carne di quelle giovani vittime, ne tiene viva la memoria, chiedendo, ancora, e sempre, verità, esigendo giustizia.